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5 agosto 2007

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Forum

Oliviero Diliberto (Pdci): Bisogna esser preoccupati, secondo me giustamente, ben più che per quello che riguarda noi. Bisogna essere preoccupati per quello che succede in Italia. Abbiamo un governo di centrosinistra, del quale i nostri partiti fanno parte avendo sottoscritto un programma prima delle elezioni politiche che aveva suscitato molte aspettative. Eppure, tanto più le aspettative sono state grandi dopo la vittoria (ancorché di misura) tanto più, ad una ad una, si stanno rivelando fallaci, a partire dalle questioni sociali: le pensioni e il pessimo "memorandum" sul mercato del lavoro. Anche in tema di diritti civili, non si è riusciti a fare un passo avanti nella regolarizzazione delle coppie di fatto, che pure era parte del programma. Insomma, la delusione è grande, soprattutto dal punto di vista del nostro popolo, tanto è vero che alle ultime elezioni amministrative le forze politiche del centrosinistra sono andate male. Ma non mi sembra che ci sia consapevolezza di questo nel governo.

L'impressione è che sia in corso un'operazione che sta tentando di "normalizzare" la sinistra del centrosinistra, "normalizzare" il sindacato, in particolare la Cgil. E' un'operazione che farà perdere ulteriori consensi al governo. Il rischio dunque ciclico, ahimé, è che venga chiesto alla sinistra, e al centrosinistra, di fare il lavoro sporco (risanamento dei conti pubblici) dopo di che perdiamo consenso, quindi le elezioni, e questo risanamento se lo gode la destra. Desta, inoltre, grande preoccupazione la controffensiva moderata che parte dagli ambienti confindustriali, europei, dalla Banca d'Italia, da una parte del centrosinistra che non rispetta il programma e che, in qualche caso, invoca esplicitamente cambi e/o allargamenti di maggioranza su altri versanti: operazione che avrebbero già fatto se ci fossero i numeri in questo parlamento.

A questo punto, torna la domanda classica: "che fare"? Ho l'impressione che dovremmo accentuare gli aspetti di lotta e mobilitazione sociale, senza i quali saremo assolutamente ininfluenti; e il nostro popolo ce ne chiederà conto, giustamente. In questa fase, sarebbe stata necessaria una maggiore coesione che, invece, dolorosamente non c'è stata, ma l'esigenza dell'unità delle forze della sinistra resta altissima. Quindi, al di là del giudizio sulla riforma pensionistica, che il Pdci ritiene pessima e piena d'inganni, mi sembra che ci sia un giudizio condiviso sulla riforma del mercato del lavoro che sostanzialmente istituzionalizza la precarietà e non interviene efficacemente sul tema della Legge 30.
Questa unità sul "memorandum" proviamo a spenderla nella battaglia parlamentare, fermo restando che bisognerà accentuare gli aspetti di lotta, di mobilitazione fuori dal parlamento. Perché io vedo problemi molto grandi che si accompagnano ad una prospettiva di riduzione molto forte del ruolo delle istituzioni elettive e rappresentative: parlamento e governo. Con uno spostamento fuori dalle istituzioni rappresentative dei luoghi decisionali. Inoltre, è in atto un'offensiva contro la politica che non distingue i privilegi - che vanno abbattuti - e i costi della democrazia. Per cui lo scenario è molto preoccupante. Il nostro partito, con le poche forze a disposizione, ha iniziato a mobilitarsi. Dunque, chiediamo alle altre forze della sinistra di fare un fronte comune su tali questioni: o ci riusciamo tutti insieme o saremo travolti.

Franco Giordano (Prc): Parto dalla vicenda delle pensioni e del welfare. E' evidente che questa vicenda ha un valore simbolico e un valore concreto (cioè riguarda la condizione di vita della gente). E ha a che fare anche con la questione dell'unità politica e sociale del governo. Noi siamo stati molto critici sull'aumento dell'età pensionabile, cioè sulla famosa riforma dello scalone. Ci è sembrato che il governo, nella sostanza, sia partito dal punto di vista delle destre. Si sia limitato a diluire nel tempo gli effetti dello scalone. Invece abbiamo apprezzato quella parte della riforma - sulla quale anche noi ci siamo impegnati - che riguarda l'allargamento della platea di soggetti che sono sottratti a questo elevamento dell'età pensionabile. In particolar modo, quelli che hanno 40 anni di contributi, quelli che lavorano alla catena, i turnisti, i lavoratori a vincolo, tutti i lavori gravosi. Ma se poi succede che nell'ultima stesura dell'accordo - modificata all'ultimo momento e all'insaputa dei sindacati - ci troviamo di fronte al fatto che quella platea di esenti è vincolata da una soglia di 5.000 unità, quella platea è drasticamente ridotta. Per questo ritengo che la battaglia, anche la battaglia parlamentare, per migliorare lo scalone, la dobbiamo fare tutti insieme. Mentre rimane da fortificare e acquisire il dato del rendimento delle pensioni dei giovani al 60% piuttosto del 40% come era previsto dalla legge Dini.

Sul mercato del lavoro invece le cose stanno molto male. In realtà non si è messo mano alla modifica della Legge 30 e sostanzialmente si è determinato un meccanismo che è tutto interno alla filosofia dell'impresa. Qualcuno mi può spiegare da chi sono presi i soldi per detassare il secondo livello di aumenti contrattuali che modifica significativamente il sistema contrattuale, e da dove vengono i soldi per la detassazione degli straordinari? Sono tutti presi dalla fiscalità generale. E tutti con una logica interna alla vecchia idea di competitività d'impresa e non invece investendo sulla qualità, sull'innovazione, sulla ricerca.
Credo che siamo tutti d'accordo sul fatto che dobbiamo fare una battaglia comune su queste cose. E poi c'è un problema politico più generale, che riguarda noi tutti, determinato dal salto di qualità che si è prodotto con il Partito Democratico. C'è una tolda di comando nel governo, guidata dal futuro partito democratico, e la tolda di comando propone ogni volta ricette moderate, mette in difficoltà il sindacato, costruisce un modello che riduce perfino l'autonomia contrattuale del sindacato.

Allora, se così stanno le cose, io avanzo la proposta di una mobilitazione unitaria. In autunno, mentre il Partito Democratico decide il leader, noi costruiamo una sorta di piattaforma programmatica e una mobilitazione di massa in grado di definire l'entità politico-culturale della sinistra unitaria. E io penso che debbano essere non solo i temi sociali, ma anche i diritti civili, al centro dell'iniziativa: vorrei recuperare la grande mobilitazione del Gay Pride che secondo me è stato un fattore di liberazione della società italiana. Penso a una grande manifestazione unitaria, positiva.

Infine, uso la metafora che usa spesso Fabio Mussi: usciamo dalle trincee, ma usciamoci veramente tutti. Il mio partito è pronto oggi a costruire un soggetto unitario e plurale. Vogliamo definire qui gli stati generali della sinistra nel mese di settembre ed organizzarli per prospettare questa ipotesi, facendo nascere una mobilitazione ed una partecipazione popolare e contemporaneamente costruendo le condizioni per una soggettività politica che viaggia di pari passo? Questa è la mia proposta.

Angelo Bonelli (Verdi): A me convince molto quello che ha detto Giordano, cioè di fare in autunno una fase di mobilitazione. Le realtà che si confrontano oggi a questo tavolo hanno determinato e costruito le grandi mobilitazioni per la pace, per la difesa dell'ambiente, sull'acqua. Abbiamo dato già una grande dimostrazione di avere punti di contatto. Ora io raccolgo la proposta di una grande mobilitazione in autunno. L'elettorato di centrosinistra è molto critico e disilluso non solo nei confronti del Partito Democratico, ma anche nei nostri confronti: i risultati elettorali delle ultime amministrative, da questo punto di vista, riguardano tutti. Ecco perché dobbiamo fare e bene questo lavoro di recupero di partecipazione. Dico solo, attenzione: se vogliamo aprire una stagione di mobilitazione la mia unica preoccupazione è di evitare di aprire ulteriori conflitti all'interno del governo. Io vedo una stagione in cui c'è una capacità di proposta riformatrice di una sinistra che sappia anche innovarsi dal punto di vista del suo linguaggio, sappia modernizzarsi, sappia fare delle proposte, sappia rappresentare quei bisogni che classicamente una certa economia non riesce a rappresentare.

Infatti, non è solamente la questione del precariato su cui noi diamo un giudizio estremamente negativo. Il governo aveva detto di voler collocare la questione delle pensioni con la questione delle precarietà. In realtà con il "protocollo su welfare e mercato del lavoro" questo non è avvenuto. Dobbiamo dunque mettere il punto su questo tema del superamento della precarietà in coerenza con il programma dell'Unione.

Ma c'è un aspetto che vorrei sottoporre alla vostra riflessione, già Diliberto lo diceva: mai nella storia di questi ultimi dieci anni un governo aveva dato così tanto dal punto di vista economico, ma anche in spesa corrente, alla classe imprenditoriale di questo paese: pensiamo al cuneo fiscale, a tutta una serie di sgravi fiscali. Abbiamo avuto una Finanziaria basata esclusivamente sulla crescita. Io mi permetto di dire, da ecologista, che penso e pensiamo che lo sviluppo non possa basarsi solo sul concetto di crescita classicamente inteso. Quando Montezemolo dice che il sindacato difende i "fannulloni" pensa ad un paese con meno tutele sociali e meno tutele ambientali. La Fiat ha fatto un balzo di utili storico, più 90%. Ma voglio citare anche gli Aeroporti di Roma: 10.000 occupati, 100 milioni di euro di utili. Ebbene il più grande livello di occupazione stagionale e precaria è concentrato in quell'area. Questi settori imprenditoriali, questi poteri forti stanno approfittando della debolezza del governo per ridisegnare la forma stato di questo paese, per costruire un sistema più decisionale e far venir meno i processi di partecipazione.
Questa è la grande preoccupazione che noi abbiamo e la legge elettorale in questo contesto assume un ruolo non marginale ecco perché anche su questo dobbiamo cercare una proposta unica. Chiudo sulla questione delle pensioni: noi abbiamo sempre detto che non avremmo "operato uno scavalco" delle posizioni del sindacato ma saremmo stati però molto attenti all'espressione che i lavoratori avrebbero dato e che daranno a quella proposta.

Fabio Mussi (Sd): Apparteniamo a forze essenziali per questa maggioranza e per questo governo e abbiamo cooperato per il risanamento dei conti pubblici. Abbiamo contribuito a rimettere la nave in linea di galleggiamento. Ora il problema è se ci sono o meno le condizioni per poter navigare. Proseguire su una strada di azzeramento del deficit e di rapida riduzione del debito avrebbe degli affetti economici e sociali facilmente prevedibili. Il problema, dunque, è capire quale è il programma vero che guida l'azione del governo e quale é la sua missione.

Sulla questione delle pensioni ho un parere un po' diverso da Diliberto e Giordano. Noi partiamo dall'esistenza di due leggi in vigore: la Dini, che prevede ora la revisione del coefficiente, ossia la riduzione generalizzata delle prestazioni previdenziali; e la Maroni che prevede dal primo gennaio 2008 il salto a 60 anni. Questo salto è stato spalmato. Accanto a questa graduazione dello scalone ci sono cose che naturalmente bisogna tutelare: il trattamento differenziale sulle donne; i 40 anni tutelati, cioè i lavoratori precoci; gli usuranti (e qui concordo sul fatto che non si possa accettare un vincolo numerico all'applicazione della tabella degli usuranti); ed, infine, il passaggio dal 40 al 60%. Portare al 60% la pensione minima rispetto all'ultimo stipendio vuol dire tenere fuori alcune generazioni, quelli che fanno lavori atipici, precari, dal puro sistema contributivo. Complessivamente, questa parte sulle pensioni non mi sembra malaccio.

Aggiungo che, ma parlo per me, non ho mai condiviso una certa ossessione previdenziale della sinistra. Primo perché a questi fari accessi sulla previdenza ha corrisposto spesso un indebolimento della luce sul tempo di lavoro, sul tema del lavoro cattivo e mal pagato e quindi il tema della piena e buona occupazione. In secondo luogo perché, tra i molti deficit del welfare italiano, il punto differenziale negativo non è solo sulla previdenza, ma su tutto il resto: tassi di occupazione in particolare femminili, asili nido, investimenti in ricerca e formazione, energie rinnovabili e risparmio energetico.

Sui capitoli competitività e mercato del lavoro esprimo il mio dissenso. Il capitolo competitività è tutto stretto sul costo del lavoro. La competitività per l'Europa è innovazione tecnologica, ricerca scientifica, brevetti, piattaforme tecnologiche. L'Italia, su questo, dimostra la sua arretratezza anche culturale. E ancora: con i tassi di occupazione che abbiamo, favorire la concentrazione di lavoro su un'identica platea di lavoratori aumentando gli orari per raggiungere salari di sopravvivenza è un errore grave. Come un altro errore si è fatto sul mercato del lavoro dove, per la Legge 30, sono previsti piccoli "ritocchi" , lontani da quanto scritto nel Programma dell'Unione.

Veniamo da elezioni che ci hanno manifestato ampiamente quella che con un'immagine ho chiamato "la sommossa dei ricchi ed il disincanto dei poveri" ed è del tutto evidente che dobbiamo ridare una missione al governo.

In momenti critici di questa portata, l'invito che faccio è di calibrare i giudizi, misurare i passi. Naturalmente bisogna compierli i passi, non stare fermi. Sono contrario ad aprire, da sinistra, una crisi di governo, ma non si può neanche stare fermi per ragioni di merito, di contenuto, per ragioni politiche generali. La formazione del Partito democratico procede di pari passo con l'apertura sempre più chiara verso nuove ipotesi di alleanza. Non è solo l'allargamento all'Udc, anche perché se scarichi la sinistra non basta l'Udc, devi andare più in là, e non è un caso che abbondano i documenti sulle maggioranze di nuovo conio.

Dobbiamo prendere di petto la questione del discredito in cui è caduta la politica, la sua perdita di legittimità e autorevolezza, e prendere di petto la questione dei costi della politica. Dobbiamo avere il dovere di agire politicamente sul governo. Politicamente vuol dire porre sul tavolo il programma vero di questo governo e la questione della sua struttura.

Abbiamo litigato sulle pensioni, forse continueremo a litigare, ma non rinuncio al progetto di un'unità della sinistra politica. Questo è un paese che non può restare senza una sinistra ed è del tutto evidente che questo vuol dire immaginare, nella prospettiva, un soggetto politico. Questo può avvenire rinnovandoci tutti.
Usciamo dalle trincee? Sono favorevole. La sinistra che deve provare a ritrovare la via dell'unità è una sinistra che guarda al futuro. Per esempio, con il Patto per il clima stilato dai Verdi entriamo nel cuore del problema del sistema con le questioni della svalorizzazione dell'ambiente che vengono messe in relazione alle tendenze globali della svalorizzazione del lavoro. Bertinotti parla di socialismo del XXI secolo. Chiamiamolo come ci pare, ma guardiamo al futuro e non restiamo semplicemente i naufraghi di tempeste del passato. In autunno sono d'accordo a realizzare, tutti insieme, un evento partecipativo, capillare e di massa.

Oliviero Diliberto (Pdci): Sulla previdenza abbiamo una posizione diversa da quella espressa da Mussi. Peraltro, ci è risultato abbastanza strano pensare che un governo di centrosinistra, ancorché diluendola nel tempo, portasse l'età pensionabile a 62 anni, per giunta con l'inganno delle "quote", che per essere tali devono essere flessibili.

Detto questo, tra noi vorrei fare una discussione di prospettiva, perché se guardiamo indietro, gli ultimi 15 anni della storia italiana sono stati caratterizzati dalla logica dei petali: ad uno ad uno sono stati tolti diritti e conquiste che, in larga parte, la nostra generazione aveva già trovato. Si è iniziato nel '92 con l'abolizione della scala mobile, poi nel '95 c'è stata la riforma delle pensioni, la "Dini", che ha scavato un solco tra generazioni. Berlusconi provò con l'abolizione dell'articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, ma per la prima volta non ci è riuscito. Perché? Grazie alla forte mobilitazione di massa, merito della Cgil. Prima ancora c'era stata la pessima riforma del lavoro con la Legge 30. E oggi è arrivato il colpo definitivo al sistema previdenziale, con l'innalzamento dell'età pensionabile; ma anche al mondo del lavoro, con un'attenzione pressoché inesistente alla stabilizzazione. Persino il lavoro a progetto, che è una delle forme più odiose e più diffuse e utilizzate al di fuori di qualunque progetto, non è stato toccato.

Ogni volta che è stato tolto un diritto si è chiesto alla sinistra di esercitare "senso di responsabilità" che noi abbiamo sempre esercitato. Ma a furia di esercitarlo, si rischia di smarrire la ragione sociale della sinistra che è quella di stare dalla parte dei ceti subalterni. Il malcontento è di coloro che oggi lavorano: la precarietà, infatti, prima ancora di toglierti futuro, ti toglie presente, perché sei ricattabile. Il mondo del lavoro sta diventando invisibile nel mondo della politica: chi difende i lavoratori? Io credo che sia venuto il momento che almeno qualcuno dica basta.

Il senso di responsabilità è una cosa molto seria, e continueremo ad esercitarlo, ma lo chiediamo anche agli altri, perché dal '92 ad oggi hanno pagato sempre gli stessi. L'impresa, infatti, ha avuto nel corso di questi ultimi 15 anni incalcolabili guadagni e, progressivamente, un pezzo della sinistra, quella che oggi si accinge a diventare Partito Democratico, ha assunto le ragioni dell'impresa contro quelle del lavoro e dei lavoratori. Qualcuno deve ripartire da questo punto e se non lo facciamo noi non lo può fare nessuno. Sono d'accordo con Mussi, se aprissimo la crisi di governo faremmo solo un regalo a chi lavora per farlo cadere. Ma se da un parte va incalzato, dall'altra, bisognerà cercare di organizzare un movimento di lotta.
Io non trovo nessuna contraddizione tra l'essere all'interno del governo e lottare anche contro alcuni decisioni del governo di cui faccio parte e che non condivido. Ad iniziare da una battaglia di emendamenti - che spero si possano concordare tra noi - sulle questioni sociali, alla ripresa autunnale. Ma è necessario lottare insieme anche fuori dal Parlamento cercando di organizzare dei movimenti il più possibile ampi. Ma saremo in grado di farlo solo se coloro che chiamiamo a lottare avranno la sensazione che vogliamo difenderli per davvero.

Ripeto, io sono per provarci fino in fondo a costruire l'unità tra noi, ma per quanto ci riguarda è un'unità che parte da una precisa connotazione di classe. Voglio riprendere non casualmente a parlare anche un certo linguaggio perché anche su quel terreno abbiamo perduto la sfida dell'egemonia culturale. La Confindustria sta facendo lotta di classe, e la sta vincendo. Vorrei almeno cercare di combatterla, non so se la vincerò ma vorrei provare. L'unità a sinistra - che proponiamo da tempi non sospetti - per il Pdci deve partire da questo dato. E dunque proveremo a dare un positivo, leale, unitario, corretto, beneducato scossone a questo governo, per il bene del governo medesimo perché se continua così magari dura ma perderà progressivamente consensi.

La nostra mobilitazione potrebbe partire in autunno con una grande manifestazione su una piattaforma che abbia esattamente i criteri e i contenuti che ho provato sommariamente ad indicare. La preoccupazione è davvero grande perché noi non stiamo patendo le contraddizioni tradizionali di una formazione politica che si trova al governo del paese e quindi deve fare compromessi. Qui c'è qualcosa di più: stiamo scontentando la nostra base sociale, almeno da quando è stata varata la "controriforma" pensionistica. Da quel giorno non intendo più accettare la logica del senso di responsabilità a prescindere perché è perdente per tutti e quindi io vedo un autunno "di lotta e di governo".

Franco Giordano (Prc): Oggi abbiamo fatto una discussione molto seria e anche molto vera. Abbiamo registrato una differenza sulla riforma della previdenza, ma credo che noi siamo in grado sul terreno parlamentare e sul terreno dell'iniziativa sociale di tradurre in positivo questa differenza, ottenendo un miglioramento degli accordi sulle pensioni, anche sul punto dolente della riforma dello "scalone".
Ora però ritorno al punto dell'unità della sinistra, perché Fabio ha introdotto una discussione molto seria: su quali basi culturali? Noi abbiamo bisogno di costruire una soggettività unitaria politica, e per poterlo fare dobbiamo aprire un dibattito culturale sull'ipotesi di alternativa di società. Allora, la vicenda del rapporto tra tempo di lavoro e tempo di vita - alla quale accennava Mussi - è fondamentale. Oggi il rapporto tra tempo di lavoro e tempo di vita è interamente dominato dalla logica di impresa. Io chiedo: dove sta scritto che i processi di risparmio che sono stati determinati dalla innovazione tecnologica e dalla ricerca debbono essere rimessi in circuito e riconsegnati non alle forme di socialità ma al capitale e ai suoi processi di accumulazione e di investimento? Da nessuna parte sta scritto. In un modello diverso di società questi risparmi possono essere destinati allo sviluppo delle relazioni umane, del tessuto sociale, dei servizi, e alla difesa dell'ambiente. E qui io tocco un punto che riguarda drammaticamente il nostro futuro: dobbiamo trovare la forza e i modi per fermare l'aggressione capitalistica alla natura.

Ma la crisi della politica che cosa è oggi? Secondo me la crisi della politica ha due aspetti. Da una parte è una crisi di partecipazione; noi abbiamo quella che Gramsci avrebbe chiamato una vera e propria rivoluzione passiva; e allora bisogna ricostruire una soggettività politica in grado di realizzare forme di protagonismo. C'è una seconda parte che, secondo me, è ancora più drammatica: la politica rischia di essere ininfluente sui processi economici, cioè rischia di essere riconsegnata al capitale e diventare ancella del processo di valorizzazione del capitale sullo sviluppo globale. E non ha più la possibilità di svolgere una funzione di regolazione sociale. Da questo punto di vista la "missione" del governo diventa decisiva in questa fase. Se surrettiziamente il governo diventa il perno di questo processo di subordinazione al capitale - vedi l'idea del risanamento del debito come unico elemento sovraordinatore - è evidente che tutte le ipotesi di risarcimento sociale e di redistribuzione vengono confinate in uno spazio estremamente ristretto. Allora ha ragione Mussi: c'è un programma di governo che sembra non essere più attuale? Bene, si ricontratti, tutti insieme, punto per punto, ogni aspetto del programma, rompendo lo schema della plancia di comando. Io mi chiedo: possibile che si debba fare una proposta di riforma del mercato del lavoro senza che i ministri Mussi, Ferrero, Bianchi o Pecoraro Scanio ne sappiano nulla, e discuterne con i sindacati mettendoli alle strette e dirgli che è inemendabile? A nome di chi parlano?

Allora ricostruiamo la "missione" di questo governo, ridefiniamo passaggio per passaggio i punti programmatici. Da questo punto di vista, però, io penso che sia decisiva una mobilizzazione nostra che manifesti sia sul terreno della democrazia, sia sul terreno dell'identità politica e culturale. Mi spiego meglio: penso che la manifestazione che propongo per autunno non deve avere come unico obbiettivo, seppur importante, di metterci nelle condizioni di avere più forza contrattuale dentro al governo, e cercare di essere più efficaci, (cosa che è, diciamo, il prius dell'azione politica di questa fase rispetto al governo), ma deve avere anche l'obiettivo di costruire una soggettività politica unitaria; esattamente quello che la gente ci chiede in giro e le cui aspettative credo siano condivise da tutti. Io allora vedo due ipotesi, la costruzione in maniera diffusa di questa mobilitazione con un appuntamento nazionale; e contemporaneamente la definizione rapida degli stati generali di queste nostre forze con la soggettività più larga oltre ai nostri partiti: perché non possiamo dare l'idea che tutto si riduce a noi quattro, ma da noi quattro deve partire un segnale.

Angelo Bonelli (Verdi): Penso che ci è chiaro, lo diceva prima Mussi, il ruolo che il Partito Democratico esercita e intenderà esercitare nel futuro; del resto Rutelli ha detto, e non solo nel suo manifesto, che l'obiettivo è ridisegnare i confini del centrosinistra. E' evidente che la presenza della sinistra viene considerata transitoria dalla parte maggioritaria del Partito Democratico. La funzione che dobbiamo esercitare con grande forza e caparbietà e quindi responsabilità nei confronti del paese è quella dell'unità dell'Unione. La domanda è come riusciamo ad esercitare un ruolo per far sì che in un prossimo futuro questo paese non conosca una "grande coalizione". Penso che sia urgente costruire questa mobilitazione. La struttura sociale del paese non è più quella di 20 anni fa. Noi abbiamo avuto destrutturazioni sociali fortissime che hanno ridefinito modalità, relazioni sociali, umane, affettive; una destrutturazione che ha contribuito a costruire una nuova società, che in alcuni casi per noi, e parlano anche i dati elettorali, è abbastanza oscura. Non c'è una connessione, non c'è un'interlocuzione con queste nuove soggettività.

Io non provengo come è noto dalla tradizione comunista ma mi sento un uomo di sinistra; dico questo per far comprendere che le potenzialità di un area così vasta sono grandi. Però non condivido che questo soggetto possa o debba avere una connotazione di classe; io penso ad esempio che riguardo al "patto per il clima" sia necessaria un'alleanza con quel mondo dell'impresa che non è rappresentata da Montezemolo e che ha scelto l'innovazione tecnologica, una scelta legata anche ad una sorta di codice etico.
L'iniziativa su cui stiamo ragionando per l'autunno deve essere accompagnata da una elaborazione programmatica che ci porti ad un manifesto politico da presentare al paese. Manifesto legato alla questione forte della lotta al precariato, che veda al suo interno la questione del contrasto alle povertà sociali, che parli del reddito di cittadinanza, che parli della questione climatica nelle sue articolazioni legate ad un nuova politica energetica, che inevitabilmente pone anche nuove questioni nel rapporto con il sindacato. L'altro giorno sotto al ministero dello Sviluppo economico c'erano i lavoratori dell'Enel di Porto Torres a chiedere la centrale a carbone; ciò ci pone un problema di interlocuzione col mondo sindacale su quale politica energetica adottare. E quindi anche un'articolazione dal punto di vista climatico del discorso dei trasporti e delle infrastrutture. Voglio essere chiaro: il ministero diretto di Di Pietro non segna alcuna discontinuità con l'era Lunardi. Parlare di valutazione di impatto ambientale, di superamento della "legge obiettivo", in questo paese sembra una cosa da estremisti. Come sembra da estremisti chiedere il rispetto delle norme europee. Per non parlare della questione legata alla difesa del suolo.

Dobbiamo lanciare un'offensiva sulla questione "stop al consumo del suolo" in questo paese e quindi dotarci di una legge urbanistica che dica che nel futuro ci sarà un consumo del suolo zero e quindi il futuro è la riqualificazione delle nostre periferie. Altra grande questione è quella della ricerca, dell'innovazione, della scuola: abbiamo la necessità di dare una giusta accelerazione per andare almeno alla stesa velocità degli altri paesi. E poi la questione dei diritti civili, perché la battaglia della laicità non è esclusivo patrimonio dei radicali e c'è una sinistra che si deve candidare a parlare con credibilità ed autorevolezza di questi temi. Noi dobbiamo parlare di contenuti, con un linguaggio molto chiaro e diretto al paese, perché dobbiamo assolutamente evitare che questa sinistra sia relegata in un angolo come una sinistra "massimalista" che sa solo protestare, ma che invece ha la capacità di proporre.

Si diceva sinistra "di lotta e di governo". E' un crinale molto delicato e noi dobbiamo utilizzare tutti gli strumenti che abbiamo per riportare al centro il programma dell'Unione. Ricontrattare il programma? Io non so che significa, vedo che lo sta facendo il Pd, ma appunto perché lo fanno loro noi dobbiamo ricordare con grande forza che il programma è stato votato da milioni di italiani.

Fabio Mussi (Sd): Vorrei aggiungere un breve contributo allo sviluppo della discussione che entra di più nel merito delle questioni. Primo: egemonia. Noi abbiamo largamente dimenticato la lezione: l'egemonia si esercita nel linguaggio, il linguaggio forma il senso comune. Quando le idee egemoniche sono diventate linguaggio e depositate nel senso comune, sono una potenza mai vista. Dunque, dobbiamo agire sul linguaggio smettendo di assumere come scontato un modo di definire le cose che già indica chi sta sopra e chi sta sotto: ad esempio, diamo per scontato che il centrosinistra italiano venga definito come un campo diviso in sinistra riformista e sinistra radicale. Che vuol dire radicale? Se vuol dire intransigenza dei principi, una politica che va alla radice dei problemi, dovremmo ricordare che non esiste una buona politica che non abbia un'intransigenza dei principi.

Secondo: Giordano ha parlato di «lavoro come parte del processo di valorizzazione...». Il lavoro vivo è parte del processo di valorizzazione del capitale e questo da quando è apparsa questa formazione economico sociale chiamata capitalismo. Naturalmente nella storia di questa formazione non ci sono state sempre le stesse condizioni. Il capitalismo nella sua forma originaria non è lo stesso del grande compromesso socialdemocratico, del welfare state; lì qualcosa è cambiato nelle condizioni di vita di milioni di persone, negli assetti della società. Ecco, penso che su questa parte precedente di storia qualche giudizio, meno liquidatorio, su cosa è stato il socialismo su scala europea non sarebbe male. Negli anni passati abbiamo elegantemente discusso sulla cosiddetta "fine del lavoro" e "l'avvento delle classi medie". Quando Carlo Marx invitava i "proletari di tutto il mondo" ad unirsi, questi erano quattro gatti sparsi tra quella che allora era la Prussia, l'United Kingdom e la Francia. Mai c'è stato tanto lavoro salariato come ora sul pianeta e mai c'è stato tanto lavoro intellettuale comprato e venduto alle condizioni di lavoro salariato. Accanto a questo c'è l'altro fenomeno che è il consumo crescente di materia e di energia. E il sistema capitalistico si è scontrato con un principio che è un po' più potente della lotta di classe: il secondo principio della termodinamica. Oggi mettere insieme le questioni del lavoro e dell'ambiente non è un vezzo, è il modo di approcciare criticamente il problema.

Ecco, è su tutte queste cose credo dovremmo iniziare a scambiarci competenze, conoscenze e punti di vista per ricostruire questa sinistra. E' un nostro dovere. Quello di identificare un area di sinistra a sinistra del Pd è diventato un dovere nazionale, oltre ad un'esigenza dovuta al bisogno di rappresentare la nostra gente. Perché se quest'area resta sfaldata, dispersa, divisa, alla fine l'esito neo-centrista o cesarista diventa ineluttabile.

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permalink | inviato da sdchieti il 5/8/2007 alle 23:7 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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