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1 agosto 2007

segue intervento di Gianni Melilla

Il progetto di unire la sinistra non lo si fa soltanto razionalmente, ma anche con i sentimenti.
Giacomo Leopardi scrisse ” Se la ragione, e solo se,  la ragione diventa passione è possibile la conoscenza”. Eppure non è semplice trasformare questa potenzialità sentimentale in progetto e organizzazione.
Fausto Bertinotti ha ragione: occorre accelerare la scelta di una nuova soggettività della sinistra mettendo insieme la cultura del pacifismo, dell’ambientalismo, della libertà femminile,  i partiti socialisti, comunisti e verdi, i movimenti del lavoro e della società civile.
Non è semplice, ma è necessario.
Se non ora, quando? Eppure dinanzi alle difficoltà enormi e forse insuperabili del Partito Democratico, la sinistra non imbocca la via senza ritorno della sua unità su idee e programmi condivisi. Sembrano prevalere timori identitari e dispute nominalistiche. Si difende troppo il proprio giardino. Rossana Rossanda, col solito acume, ci ricorda che mai l’ingiustizia è stata così enorme e mai si è protestato così poco. Il Partito Democratico vuole far passare per riforme la rimessa in discussione di conquiste sociali in materia di flessibilità, previdenza, sicurezza del lavoro.
C’è una gara a chi è più moderno (per Rutelli addirittura “coraggioso”!) nel proporre controriforme che ci fanno uscire dallo Stato Sociale del novecento regredendo nel più ineconcepibile darwinismo sociale.
C’è un convitato di pietra che è stato ucciso e si spera sepolto: è la radice sociale della sinistra. La sinistra in più di un secolo è stata declinata in vari modi, ma la sua identità è sempre stata l’insopportabilità politica di un modo di vivere e di lavorare inuguagliante e strumentale come quello capitalistico. Per  rimediarvi in passato la sinistra si è divisa tra riforme e rivoluzione, tra socialisti e comunisti, ma per tutti quel sistema era intollerabile per l’ingiustizia che produceva.
Alla fine del Novecento quel sistema è diventato globale, governa non solo attraverso gli Stati, ma gli Stati medesimi, e ha comportato una crescita di disuguaglianza, fame, emigrazioni disperate, guerre in proporzione sconosciute.
Un nuovo ordine mondiale è possibile se la sinistra non si rassegna alla priorità del capitale su ogni idea di società e di diritti umani.
La modernizzazione non può essere la consegna al mercato come regolatore unico.
L’abbandono del campo culturale della sinistra da parte del nascente PD, è la negazione della sua radice sociale: i lavoratori, non solo gli operai e gli impiegati, ma anche i precari, senpre più numerosi, addetti ai servizi e alle professioni intellettuali.
Il distacco tra politica e cittadini nasce anche dalla disperazione di una condizione sociale insopportabile, precaria, ingiusta contro cui pochi si battono.
Il declino della sinistra viene innanzitutto dalla perdita di fiducia dei lavoratori  e di tutti i precari. La globalizzazione non può essere l’alibi per gettarli nella solitudine di non essere rappresentati politicamente. Mentre il lavoro diventa orfano di una grande sinistra, il capitalismo trova il modo di crescere comprando e rivendendo le sue più grandi aziende, in una logica di predatori feroci, di cui gli epigoni più volgari sono stati  i vari furbetti dei quartierini che in questi anni si sono arricchiti sulla pelle dell’economia reale, scambiandosi banche e privatizzando grandi aziende pubbliche.
E invece ci sono milioni di operai, di insegnanti, di lavoratori autonomi che arrivano a fine mese con difficoltà.
Accanto a loro c’è un quarto della popolazione composta da disoccupati e da precari esclusi dal piano nobile del mercato del lavoro.
E il 70% dei nostri vituperati pensionati percepisce pensioni inferiori a 700 euro al mese. La maggior parte di loro si chiede: ‘ma chi mi difende?’
Si fa a gara per prendere applausi ai convegni degli industriali, ma il consenso dei lavoratori, dei pensionati, dei giovani precari, non è altrettanto importante?
La sinistra unita deve porsi il compito di una moderna rappresentanza del lavoro. Solo unite le forze di sinistra, insieme ai sindacati e ai movimenti europei possono avere la “massa critica” per competere su scala internazionale per un altro mondo in pace con la natura, senza guerre, con meno disuguaglianze sociali tra le classi e tra il Nord e il sud.
Per questo vale la pena di spendersi per costruire una nuova, unitaria e plurale soggettività della sinistra senza aggettivi. Questo è il senso più profondo del mio impegno per questo progetto di unità della sinistra.

L’Aquila 17 luglio 2007
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permalink | inviato da sdchieti il 1/8/2007 alle 20:16 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (0) | Versione per la stampa


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